Dialogue of Discordia

From Cramulus

Preamble: This is a piece of Italian Philosophy from the year 1551. It was re-discovered in January 2009 by Telarus. He posted his findings in this thread.

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DELLA DISCORDIA

Interlocutori

Discordia, Giove E Mercurio.


La Discordia, Giove e Mercurio sono gT interlocutori di questo Dialogo. La Dea Discordia, caduta in universale discredito^ si reca al padre Giove con cui si lagna dell' ingiusto livore contro di lei concepito dagli uomini e dagli iddii, e vuol persuadere quelF onnipossente ch'essa è la vera madre degli Dei, la conservatrice degli uomini e di tutte le terrene cose; inoltreche non solo è buona in sé stessa, ma che per opera sua ogni cosa si mantiene e sussiste, e venendo essa meno, niente avremmo di regolate e di distinto nel mondo, e a" ogni cosa si farebbe tramescolamento e guazzabuglio. Su questa bassa'ten.a tutto è distruzione e rigenerazione, e solo la Discordia può dare so. spignimento a quella tra queste due incessanti operazioni che si rende all' altra indispensabile. Osservò il Ginguenè, che questo Dialogo, tutio scritto alla tucianesca, è veramente un bello ed ingegnoso sofisma sostenuto con brio , e spesso condito di que' sali che sapea a gran dovizia versar ue' suoi scritti il filosofo samosatense.



Disc. .L arti, Giove, che io, la quale produssi e conservo il mondo, degna sia di dover essere biasimata e bestemmiata da ciascheduno ?

Gio. Che parole son que. ete tue ?

Disc. Come ? non sai tu bene, che in principio sendo il mondo Confuso in maniera che niente non avea né figura né nome, io distinsi ogni cosa mandando là giù a basso la terra, onde son nati i mortali ; e qua suso tirai il cielo, al quale diedi virtù di produrre voi Dei, che al presente il reggete ? Sappi, Giove, che tu mi sei pronepote; perciocché io generai il cielo, il quale fece Saturno, che fu tuo padre.

Gio. Questa cosa mi è molto nuova ad udire.; né mio padre medesimo, che mi ricordi, seppe mai tanto a dentro dello esser suo, quanto sai tu.

Disc. Ricordati almeno d'aver avuto da me la signoiìa che tu tieni ; con ciò sia cosa che la discordia, che fu tra te e tuo padre, ti fé signore dell'universo. Ma tuo padre fu persona molto ingrata e maligna ; né si degnava che io gli fussi parente, tenendomi in casa sua a guisa di schiava con vestimenti tutti rotti e ripezzati di più colori, simili a quelli delli buffoni ; quantunque non lo

lasciassi impunito, perciocché vinta finalmente la mia lunga pazienza tolsi a lui, ed a te, che non l'assimigli, donai l'imperio di questi regni. Dunque ragione è bene che io mi richiami alla tua giustizia degli oltraggi vitupercvoli che mi son fat-ti; la quale, ascoltandole mie ragioni, no »peranza che tlel mio male agramente le increscerà, coloro perseguitando li quali centra l' onor della nostra divinità sono 'arditi d'jngiuriarmi.

Gio. Per Stige ora tegno molte faccende ; e non ti posso ascoltare.

Disc. Ascoltami mezza ora e non più.

Gio. A te par poco mezza ora; ma in mezza ora volgerò mezzo il mio cielo.

Disc. Non tanto no; benché per udirmi non restarai di voltarlo , movendolo senza fatica come tu fai. Meschina a me, gran disgrazia è la mia ; che tutti quanti generalmente, e più coloro che più mi sono obbliga'- ti, non vogliano udir, bene di me, o ne dicano male: almeno fossi io nata mortale.

Gio. Per certo volentieri t'ascolterei ; se non che io temo d'esser veduto.a parlarti.

Disc. Perché ?

Gio. Perché il vulgo direbbe che consigliato con esso teco io fossi stato il seminatore delle discordie e de' mali che tra loro da ora innanzi ger- moglieranno, la qual cosa senza alcuna tua utilità mi offenderebbe oltramodo .

Disc. Oh sarebbe il vulgo degli uomini atto a farti alcun male?

Gìo. Grandemente, o Dea, ci possono nuocere e giovare i mortali ; perciocché a loro appartiene il sacrificare ed offerire alli nostri altari, li quali possono fare e disfare a lor senno. A loro slmilmente è dato il poter farne ora d'oro e d'argento, or di legname, ed or di pietra e di terra ; quando sani ed intieri, quando rotti e impiagati. Sono ancora possenti di lodarne e vituperarne, come tu sai : più ti vuò dire ; ma voglio ohe tu mi giuri di tenermi credenza.

Disc. Così giuro di dover fare.

Gio. Non basta il giurare in tal modo ; ma giura per Stige.

Disc. 10 ti giuro pur Flegetonte e per Lete, se per Stige non basta.

Gio. Per Sti^c basta.

Disc. Per Stige giuro di tenerti secreto.

Gio. Sappi, o Dea, che il collegio degli uomini, quando insieme s'adunano, hanno potere di transumanarsi e farsi cose divine; onde molti sono ora qui suso , e mangiano e beono con esso .noi alla nostra mensa, li quali non ha gran tempo che nello 'nferno miseramente languivano. Hanno ancora virtù di poterne privare del- la nostra beatitudine ; benché il vulgo di grossa pasta, che a pena sa di esser vivo, al presente non se ne avveda. Dunque è da portarsi talmente, che conoscendo la forza loro, non vegna lor voglia di tornai 1l regno, e sbandirmi del cielo, o qui entro come un cattivo rinchiudermi ; ché tu ai ben elic non io, ma essi n' hanno le chiavi.

Dìsc. Gran cosa è questa che tu mi dì : ma fa così ; metti tra me e loro una nuvola, e non potranno vedermi.

Gio. A. buona otta m'ubbidirebbon le nuvole : che ho io a far con loro ? delle quali è signora quel dimonio di mia mogliera.

Disc. Per tuo figliuolo Èrcole non mi negare au- dienza ; ma perché 'l mondo non mi conosca, vestimi un degli abiti di tua mogliera: certo rivestita in tal modo ti narrerò li miei casi, li quali, aendo giusto come tu sei, non passerai senza' ajuto non che senza compassione.

Gio. Troppo mi sei importuna : va con Dio, ché io non ti voglio ascoltare.

Disc. Ecco, Giove, a guisa di cane sono cacciata da te : ma io ti giuro per Stige, che come a torto io ricevo questa vergogna, così, scesa che io sarò io terra, anderò divulgando il secreto che pur dianzi mi commettesti, e sarò forse la tua rovina, siccome io fui di tuo padre.

Gio. Se tu 'l fai, come spergiura sarai punita.

Disc. In che modo sarò punita ? e chi è.quel che mi punirà?

Gio. Dall'immutabile provvidenza de' fati saresti cacciata del mondo, ed in perpetuo esiglio rilegata nel Tartaro.

Disc. Avendo parimente giurato di palesare e nascondere il-tuo secreto, non posso essere se non spergiura; per la qual cosa, dovendone esser punita, procurare che 'l tuo danno tempri alquanto la pena mia -, alla quale anderò volentieri, sol che io sia certa, che una volta tu m'accompagni nella miseria: e statti con Dio.

Gio. Fermati, madre mia, ché latuaaudacia t' ha impetrato audienza. Ma come faremo ? che l'altro jeri quel diavolo di Giunone si corrucciò meco; e partendosi, portò seco le vesti sue.

Disc. Hai tu quelle di Ganimede?

Gio. Sì bene.

Disc. Dunque dammi alcuna delle sue robe, e fammi maschera come tu vuoi, sol che m'ascolti.

Gio.' Oh, madre mia, come hai ben fatto a ricordarmi il mio Ganimede ! certo mai non mi.sovvicn di quel giorno che in forma d'aquila nel portai, che tutto tutto non mi rallegri : avvegnaché di tal preda gran tempesta n'uscisse, .ed il cielo sottosopra si rivolgesse : e fu questo per avventura una dell'opre che tu sai fare.

Disc. Mia opra non già, ma l'amor tuo verso di lui, la gelosìa della moglie tua, e l'altrui invidia furon cagione di quel romore; e me. ravigliomi bene che tu non sappi distinguere tra le mie opre e l'altrui.

Gio. Io non so altro, se non che molto furrimo discordi, io e Giunone con* molti altri ; li quali sotto spezie di conscienza mi riprendevano , esortandomi a lasciar cosa che essi ardevano di possedere : e fu ora, che io dubitai non grandemente mi nocesse questa discordia ; benché mai nornni pentissi di averlo rapito.

Disc. Odi, Giove, tutte quante le mie proprie operazioni son buone cose da sé ; e se talora per isciagu. ra ne vien seguendo alcun male, o egli è bene e par male, o se egli è male, io non ne ho colpa, come appresso ti mostrare).

Gio. Intendo ; ma egli è meglio che 'io ti travesta. Questo è proprio quel ve* «timento, nel quale era il mio Ganimede quando io il rapi' : corto a mezza gamba da cacciatore all'usanza di Frigia. Oh che vaghezza era il vederlo in tale abito ! vederlo, innamorarmi di lui, divenire aquila, e rapirlo fu una cosa medesima. Se tu volessi tutta l'istoria ti narrarci . la meraviglia che ne fu in terra, la scdizion di qua suso, il modo che si trattole fu conelusa la pace, ogni cosa partjtamente ragionarci : ché parlar di sì fatti casi mi diletta infinitamente , parendomi tuttavìa di farli presenti con le parole.

Disc. Altra volt» mi contarai le tue passale allegrezze; ora, per quell' amore che già ti prese di Ganirue. de^ piacciati d'ascoltare i miei presenti dolori ; e se 'l mio esser piena di miseria mi ti rtnde in dispetto, l'esser Dea, come tu sei, e nata al (fiondo del gentilissimo sangue tuo, pieghi il tuo animo ad ascoltar* mi benignamente ; e siati stato il mio minacciare più tosto segno di disperazione, che cagion d' odio o di sdegno che tu mi debbi portare.

Gio. Drizzati suso, madre mia cara, e non piangere , ma parla e dimmi sicuramente lo tue ragioni ; che pietà non timore mi costringe ad udirti.

Disc. lo parlaro, Giòve, a fine di farti pietoso alla mia miseria , non con aniniu d'esser lodata come eloquente. Muova il do- lor la mia lingua, parta e dispona a suo modo le mie parole; e quale io il sento Bel core, tale a te vegna agli orecchi : ché senza essere altramente artificiosa ed ornata, assai ti persuaderà l'orazion mia a dolerti di me ; la quale di tanto non fia conforme all'affanno ; che ove quello continuamente m'affligge, questa tosto si finirà, e ad ogni richiesta tua s'interromperà. Perocché qualunque volta cosa dirò che menzogna ti paja, son contenta di dichiararla: acciocché picciolo error da principio non si faccia grande alla fine. Dun- 3ue primieramente ricorderaiti di ciò che ianzi io dicea, cioè ogni mia operazione esser buona da sé.

Gio. Ben lo dicevi, ma nol mi desti ad intendere.

Disc. Ora te ne farò conoscente. Tu dei sapere, che lutto 'l mondo è composto di due maniere di corpi, l'una immortale, l'altra mortale; le quali grandemente sono discordi, e non sono fatte ad un modo.

Gio. Così è.

Disc. Prendiamo la prima, la quale noi Dei nominiamo celeste, e là giuso è chiamata immortale. Questa è divisa in tante parti, (pittito è il numero di coloro dalli quali vien governata ; perché una parte n' hai tu , e l' altra Marte ; questa a Febo è commessa, quell'altra a sua sorella Diana: Mercurio, Venere, Saturno, ognuno move la sua: benché dopo l' esilio di Saturno il Mio cicto li dee essere stato confiscato da te, e dato, come si dice, in commenda. Gi'o. Parebbeti onesta cosa che uà dannato a perpetua prigion nello 'nferno reggesse parte del paradiso ?

Disc. Questa cosa non cerco al presente come si stia, ma ben dico il successor di Saturno non dover movere quella parte di cielo, che già ma fu, altramente che egli la si movesse, quando v' era signore.

Gio. Sai perché ? perché quella maniera di movimento li è naturale, e non può esser mossa contra la natura di lei, volgala chi si vuole ; altramente il mondo si guastarebbe, ed un'altra volta in caos si ridurrebbe.

Disc. Sono dunque tutte diverse e discordi queste rote, o vero palle celestiali ; l' una maggiore, più chiara e di più veloce giro dell'altra -f ed altrettanto si dee dir degli aurigi loro.

Gio. Senza dubbio.

Disc. Ora saltiamo, come fé Teti, di cielo a basso ; e discorriamo con lo 'ntelletto per tutte quante le parti del mondo mortale ; le quali ( parlo le principali ) quattro sono e non più. Quelle come stanno di compagnia ?

Gio. In quella guisa che l'acqua si può dir compagna al fuoco, e l'aere della terra che sono contrarii.

Disc. Dimmi, Giove, come produsse queste cose la nostra tnadre Natura?

Gio. Come conserta, cosi produsse.

Disc. Or non conserva con lite?

Gio. Con lite conserva.

Disc. Dunque con lite produsse.

Gio. Così pare:

Disc. Che cosa è questa lite, don la qual la Natura produsse e conserva ogni cosa, così eterna, come caduca? tu non rispondi?

Gio. Gran cosa è questa che tu desideri di sapere.

Disc. Anzi no : perocché niuno è si cieco, che non veda. me poverella. esser quella con la quale la nostra madre Natura produsse e conserva ogni cosa ; la quale un giorno, trovato .quel gran caos che ricordasti pur dianzi, cosa rozza e confusa è nientè altro che immobile peso privo di figura e di luce, conoscendo, come sagace, trovarsi in lui semenza di mille belle e leggiadre cose, finalmente le venne in pensiero il suo alto e meraviglioso lavoro, al quale tutta si diede ; ma. non potendo per se medesima recar a effetto il suo disiderio, fece come far suole il fabbro, il qual dovendo fabbricar un coltello, forma primieramente il martello onde il ferro si batta. Me dunque di se medesima, dopo lunga e saggia deliberazione, senza padre produsse in quel modo che Minerva fu senza madre prodotta da te ; ed in quella ora, che io nacqui, col mio ajuto criò e distinse ogni cosa ; tale il. mondo facendo quale si vede. Il quale ingrato non fui conosce., anzi finge di non conoscermi ; me dispreggiando che per gentilezza di sangue onorare, e per .utilità delle mie operazioni lodare e adorare è tenuto. Perocché qual Dio è al mondo più antico- qual più utile di me? Saturno m 'l primo che la terra insegnasse arare a' mortali, Cerere' il fromento, Bacco trovò la vite, Pallate dell' arti meccaniche, Mercurio fu inventor delle liberali. Grandi utilità sono queste, nol nlegò ; ma molto maggior è la mia, dalla qual si derivano tutte l'altre. Non rider, Giove, ché la verità che io ragiono, e la passion che io sopporto non sono degne d'essere schernite da te.

Gio. Non creder, madre mia cara, che io pigli a gabbo le tue parole o 'l tuo affanno ; ma l'abito in che io ti vedo al presente, al quale non risponde troppo bene il tuo volto, mi mosse a riso.

Disc. Se tu guardassi alla cagione perché io il presi, non solamente non rideresti, ma piangeresti con esso meco.

Gio. Se tu vedessi te stessa, dolente a morte come tu sei, non potresti far che tu non ridessi.

Disc. Molto peggio mi si conviene il dolor che io patisco, che non fanno le vesti di Ganimede.

Gio. Anzi tanto ti si conviene questo nuovo abito, che a far bene mai non ti dovresti vestir altramente ; perocché . abito tanto discorde dalla persona. che 'l porta, quanto è questo che tu ti vesti, non dovrebbe esser d' altrui, che della . Discordia medesima.

Disc. Giove, Giove, nelle miserie'degli amici più tosto si de* esser pietoso che faceto. Gio. Già per questo non restarò d' averti compassione.

Disc. Dio il voglia: ma come ti dolerai di me se tu non attendi alle mie parole ? Gio. Come non attendo alle tue parole ? che io le ho tutte nella memoria. Or non dicevi che tu eri la genitrice e conserva. trice di tutto 'l mondo, argomentando per la discordia che è tuttavìa ria' corpi celesti agli elementari, e ne' cieli tra loro, e negli elementi tra loro , e che nascesti senza padre, e che tu sei mia.bisava?

Disc. Dunque se cosi è, torto mi fa 'l mondo a non mi gradire, dispregiando cui egli è di .riverire obbligato.

Gio. Questo è vero ; ma finora la tua orazione è stata solamen. te narrazione, e non provasti nissuna cosa.

Disc. Or che cosa mi bisognarebbe provare?

Gio. Vogliono alcuni altra Discordia esser quella che produsse, e conserva il mondo, ed altra te; e dicono questi tali, tra voi Discordie regnar grandissima discordia; con ciò sia cosa'che l'una di voi è buona e naturai cosa, la quale vien appellata divina ; e l' altra in tutto contraria, la qual non distinguono dalle tre furie infernali. Perocché gli odii, le nemicizie, le guerre, le morti violente, le rovine delle città e delle provincie, che cono tra li mortali, tutte si derivano da costei. Per la qual cosa fin che non mostri te esser quella vera unigcna figlia della Natura, onde ha il mondo l'essere e fl. conservarsi, non ti dei mera vigliar di non essere riverita e adorata dalle persone ; ché troppo sciocco, anzi maligno sarebbe qualunque lodasse Megera, Tesifone, o Aletto, e le operazioni loro.

Disc. Che ne credi tu, Giove?

Gio. Per Stige, madre miti, non ne credo nulla; ina molte e diverse ragioni m'inducono a dubitarne. Primieramente la diversità dell' oprare ; perocché alcuni effetti di Discordia sono salubri molto, alcuni dannosi : una cria e conserva, l' altra guasta e distrugge ; che se tu fussi divina, come tu dì, già .non dovresti lasciar il cielo e la compagnìa. di noi altri, per andar ad abitare in terra tra li mortali ; oltra di questo, essendo stata cagion d'ogni cosa, non ti bisogna in dolendo di chi ti offende, potendoti vendicare a tua posta, guastando il mondo che tu facesti. Per queste ed altre ragioni ( ma queste sono le principali ) credono molti, così Dei come uomini, due essere le Discordie ; l'una celestiale, l'altra infernale; l'una facitrice, l' altra distruggitrice delle cose mondane; e per conseguente l' una buona, l'altra cattiva cosa: le quai ragioni, per vero dire, non mi persuadono già del tutto, ma ben mi rendono alquanta dubbioso dello esser tuo.

Disc. Per certo, Giove, tu parli come signor giusto ed accorto , il quale innanzi che si dia a giudicare cerca d'intender le ragion delle.parti ; e se tutti avessero fatto altrettanto io non sarei caduta così subitamente in questa miseria. Ma sappi certo, che se io fus. si alcuna delle Erinne, come fingono i miei avversarii, non arci faccia di venirmi . a dolere alla tua presenza di chi m'offende : già non sei tenuto sì sciocco, né me la prosperità rende si temeraria, che io ardisca <li farti credere quel che non è. Chi sa meglio di te il numero di tutti quanti li Dei, così terrestri è infernali, come celesti ? chi meglio conosce la natura delle cose di te? chi vede più a lunge? chi più distintamente discerne ogni cosa di teP egli è forse pericolo che la distanza del loco, la bassezza del centro, l' oscurità delle tenebre, che son là giuso, ti tolgano il lume in maniera, che tu non vi possi vedere ciò che si fa, e chi il fa, e come si fa ? Veramente costoro che sono stati prosontuosi a metterti in dubbio del mio stato, meriterebbono d'esser puniti come rei della tua maestà: che se questi tali per farmi male, quanto è in loro. t'hanno privato di sapienza con la quale comprendi, e di provvidenza onde governi ogni cosa, fagli un giorno sentire con danno loro quanto sia grande la tua potenza , onde siano esempio delle genti, che da qui Speroni. 9 innanzi non ardiscano di gabbare in tua presenza la verità. Che se altra Discordia sono io, ed altra colei onde si deriva ogni cosa, ed ella ed io senio discordi tra noi ; questo sarebbe non solamente duplicar le Discordie, ma triplicarle ancora, anzi moltiplicarlc infinitamente La qua! cosa come è fuora d' ogni ragione, così è contraria all'esperienza ; perocché il mondo non Ha altra Discordia che me. Io continuamente vado qua e colà, ora suso, ora giuso, e non mi nascondo a russano ; tutti mirano, tutti conoscono me, benché pochi mi facciano onore. Quest'altra, che vie» detta buona e divina, come è fatta ? ove abita:1 che veste? chi vide, chi parlò mai con seco ? dimmi, Giove, la verità, vedesti. la giammai tu ?

Gio. Non mai ; ma egli può essere molto bene eli' ella sia visibile, e sia invisibile.

Disc. In che modo ?

Gio. Invisibile agli occhi del viso, ma visibile a quegli dello 'ntelletto ; quale è la tua e mia maci re Natura, la quale non toc^ chiamo né vedemo, ma immaginiamo e contempliamo nelle cose fatte da lei ; perocché gli effetti deono esser conformi alla cag'ion loro, onde se gli effetti son. .boni e divini, le cagioni sono bone e di. .vine ; ed in contrario s'elli Sor» rei, i lor principii non possono esser se non cattivi. Li quali effetti dianzi distinsi, ed ora distinguendoli un' altra volta, ti dico, tutte le naturali discordie, quali sono le celesti e le elementari, esser ottime : perocché per loro si conserva il mondo. Quelle altre, che sono tra le persone contro la natura loro , perocché naturalmente dovrebbono tutti gli uomini esser concordi tra loro, essendo nati sotto una specie medesima, quelle sono le triste; le quali, quanto è in loro, non sono conservataci ma più tosto distruggitrici dell' universo. Ora non par ragionevole cosa che itali due maniere di discordie, così discordi, vengano da una sola cagione; per la qual cosa te di queste, ed un'altra dell'altre hanno fatto autore i filosofi ; delli quali è proprio officio lo specular la cagion delle cose.

Disc. Questi filosofi, Giove, non sono altro che una certa maniera di gente oziosa e da poco, la quale non sa far bene e non ardisce far male : e purché questo misero modo tenuto da loro non sia schernito dalle persone, ma la loro viltà e bassezza d'animo sia riputata virtù, dispregiano tuttavìa, con parole però, le ricchezze, come cosa di veruno valore. Non si curano parimente né di onore né di vergogna ; e tutti quanti i piaceri e le voluttà corporali hanno per nulla, e ne dicono male non altramente, che se pure intelligenze, e non di carne e di ossa fossero stati formati. Danno eziandìo ad intendere al vulgo ignorante, che stando chiusi nelle lor camere la notte, quando altri dorme, vedono quello che fan li Dei; misurano il cielo, e i passi suoi penetrano nell'inferno ; intendono i secreti della natura, e di ciò ch' ella fa, così sopra M cielo come nel profondo del mare e nella cavernosi. tà della terra, essi ne trovano la cagione. E già questa loro sciocca « prosontuosa professione n'ha fatti alcuni sì temerarii, che hanno avuto ardimento di dire non esser Dio , ma.ogni cosa esser fatta e'go. vernarsi a caso : la luna nascere, crescere, diminuire e morire ogni mese; il sole ogni mattina rifarsi di novo per certo congiungimento di molti splendori insieme; li quali nel suo andar all'occaso, a guisa di candela, spegna ed ammorzi l'acqua del mare ; altri mondi, altri cieli, altre terre, altri anni, altri mesi trovarsi che non sono li nostri; Giove, Marte, Fiutone essere a guisa d'eco semplici e pure voci senz'anima e senza «orpo, immaginate dalle persone a terrore degl' ignoranti : e mille allre così fatte impietadi; le quali niu. na altra ragione, che la troppa pietà di chi le dovea punire, ha fatte vere parere. Alcuni non contentando di esser nati mortali, si sono agguagliati a noi altri ; ed ove vivi sono meno che uomini, morti s'hanno creduto divenir Dei; sicehé egK è forte cosa veder qual più di loro si falli, e qual più degno si trovi della tua ira. Dunque alle cieche e scellerate opinioni di costoro non dei ir dietro, né parlare o credere al modo loro ; ma trattarli da bestie, e da peggio che bestie, come quelli eh' egualmente sono vuoti d'intelletto e di sentimento, e noa è diversa la vita loro da quella d' un legno. E che ciò sia vero, ascolta l'argomentar che io farò, o Tedrai due cose: i;una, ogni Discordia, ovanque e comunque sia fatta, esser buona e naturai cosa; l' altra, se alcuna re n'ha che sia o paja cattiva, non doversi però moltiplicar le Discordie, ma una sola esser bastante al governo di tutto 'l mondo, in cielo ed in terra. Perocché così come una sola Natura fu quella che produsse ogni cosa, otto cieli, quattro elementi, e finalmente tutti quanti gli abitatori di.quelli; questi eterni, quegli altri frali e caduchi ; e così come un medesimo sole risplende per tutto, e con un solo calore in una ora medesima umido il giaccio e la terra secca fa divenire ; e come una medesima umanità in diversi corpi di particolari persone fa diverse arti ; con ciò sia cosa che alcuni uomini siano sapienti e pieni di altissimo ingegno, alcuni grossi e materiali in tanto che più tosto si convegnano con le béstie che non fanno con le creature della loro specie, così non dee parer meraviglia essere al mando una sola Discordia, e non più ; la quale operi diversamente secondo la varietà delle cose discordi. Similrnente gran differenza si trova dagli elementi alle creature perfette; maggior dalle cose mortali alle incorruttibili ; grandissima dalle spiritali alle corporali : nondimeno questa e quelle altre insieme fanno un sol mondo, o vero universo, a conservazione del quale chi fa una cosa, chi un'altra, ma tutto ad un fine ; non altramente che facciano le repubbliche dell! mortali , nelle quali v'ha di molti magistrati cui diversi officii sono commessi, a fine solamente che l'università si conservi. Dunque la differenza delle cose soggette non è bastante d'arguir la diversità delle forme; né la diversità delle parti guasta, anzi conserva il tutto, essendo la diversità' regolata. E che «io sia vero, poniam mente alla Discordia, la quale chiamano naturale i filosofi : questa quantunque sia una cosa medesima nel cielo e negli elementi, nondimeno ella o- pcra assai diversamente qui e colà; perocché ella è -tra i corpi celesti, non perché si corrompine insieme l'un l'altro, essendo eterni, ma solamente perocché la grandez- za, lo splendore, il sito, il movimento di quelli sono diversi. Ma gli elementi sono discordi, non solamente perché quello sia grave, questo leggiero, alcuni opaci, altri diafani e trasparenti; ma sono ancora contrarii, il fuoco caldo e .secco, l'aere cakl» ed umido, l'acqua Fredda ed umida, l» terra fredda e secca : la qual diversità è cagione che di continuo combattano o sì distruggano insieme.. Con tutto ciò non è cotale discordia così distraggitricc, come è meno utiie alla salute e all'ornamento dell'universo della celeste; con ciò sia cosa che dalla morte degli elementi ne na. aca ogni creatura perfetta, sassi, piante, irrazionali e razionali creature, dello disfacimento. delle quai cose si rifanno essi elementi ; ed in questo continuo movimento di generazione e corruzione degli elementi e dell'altre.cose, fu fatto e scmpremai durerà il mondo inferiore nella sua forma. Perocché quanto si perde degli elementi nella produzione dell'altre cose, altrettanto nella corruzion loro suole acquistar la natura. Nella qùal cadmica e circular guerra non si guarda più al fuoco che all' acqua, o all'uomo che alla formica; anzi'tra di pari ogni cosa; perocché come questo è mortai cosa composta di quattro contrarii , così è quello, né più, né meno. Ónde propriamente in .quel modo medesimo, che alcuna bene ordinata città non ha rispetto né a gentilezza di sangue, né a bellezza di corpo, né ad abbondanza.di beni della fortuna in punir altrui delle colpe sue, in quel modo ancora Natura non cura più di guastar l' una particolar nobile creatura, che l'altra vile ; solo eh' ella servi il ding... Loading...

tuo corso. Per la qual cosa indifferente* mente ora di bestia uomo, e ora d' uomo crea e conserva una bestia; che scsempre- mai si desse a far uomini senza disiargli, tanti e sì fatti sare'bbero oggimai, che tutte l'altre cose ne starebbono male. Quindi avviene, che qualora il numero loro per alcuno accidente troppo più grande diventa che non si richiede alla proporzione dell'altre cose mortali (la qual cosa però rade volte suole avvenire j Natura, veramente piena di provvidenza e gelosa del comun bene, con l'ajuto di suoi figliuoli elementi scema la moltitudini* loro in diverse maniere. Sono dunque le mortalità- di degli uomini,, le rovine delle provincia, i terremoti, i diluvii, gl'incendii, tutti quanti effetti della natura, da lei fatti a (in solamente di purgare il suo mondo dalle su- perfluitadi di lui. Simiimente gli odii, le nimicizie, le sedizion de' mortali sono- strumenti, cui usa alcuna volta Matura a far sue buone e lodevoli operazioni -a salute dell' universo; che così come i magistrati delle repubbliche di là giuso hanno diversi ministri di giustizia, con li quali, quantunque non vi siano presenti, puniscono i cattivi de' loro misfatti, così le limane operazioni sono strumenti, cui natura usa a beneficio di tutto 'l mondo. Per la qual cosa ancora che le discordie degli «omini pajano volontarie, nondimeno si ileono riputare anzi 'naturali elie no ; e per

conseguente non cattive ma buone : perle quali in diminuendo la superflua moltitudine delle persone moltiplicate contra l'in. tenzion di natura, si conserva lo stato dell'universo. Dunque in un mondo solo è una Natura sola ed una sola Discordia, senza più : la qunle principalmente atten. de alla salute di quello, operando diversamente secondo la particolare diversità delle creature di lui, mortali,1 immortali, capaci e nude d'intelletto e di sentimento. Dormi tu, Giove? o misera me, ove aveva posta la mia speranza ? che farò io ? ove troverò ajuto, se io non lo trovo qui suso ?

Gio. Girnè, madre mia cara, che hai tu fatto P tu m'bei rotto con li tuoi gridi il più dolce ed il più dilettevole sogno che mai sognarsi alla vita mia : non hai tu ancora finito di ragionare ?

Disc. Che mi giova ragionare tutt' oggi con esso te. co, se non m'ascolti ? Già. Vuoi che io t'ascolti dormendo ?

Disc. Questo no ; ma io vorrìa che tu non avessi dormito. '

Gio. . Avendo dormito, non può esser .che io non aggia dormito.

Disc. Dunque che deg. gio fare ?

Gio. Tornar da capo.

Disc. Tosto tosto a tale verrò, che più grave mi sarà il ragionar della mia miseria, che il sofferirla.

Gio. Madre mia, a te sta il ragionare e il tacere.

Disc. Questo è ben vero, ma se io taccio, non le provvedo, e la raddoppio se io parlo : oltra di questo h» paura, che parlando tu t' addormenterai un'altra volta.

Gio. Avendo perduto, come tu dì, l'onor e la riputazion tua, poca co"- sa ti dovrebbe parere perdere ancora una orazione Dix. Ecco, Giove, acciocché da qui innanzi tu sia più attento alle mie parole, e men t'incresca l'udire, non parlare continuamente dal principio alla fine tutta l'intenzion mia , ma di parte in parte ti dimanderò, e tu mi risponderai.

Gio. Son contento, ma parla e chiedi con brevi parole

Disc. Volentieri. Dunque cominciando dal ciek), in che modo sondiscordi tra loro il sole e la luna ?

Gio. In tanto sono discordi, in quanto non sono grandi egualmente, né rilucono egualmente ; e il movimento dell'uno è più tardo e quasi contrario all' altrui.

Disc. È naturale questa discordia?

Gio. Maturalissima.

Disc. Perché ?

Gio. Perché tali furono dalla Natura creati.

Disc. Buona come è ?

Gio. Ottima ; con ciò sia cosa che da lei dipenda la salute dell' universo.

Disc. In che maniera sono li cicli discordi dagli elementi ?

Gio. In quella guisa che 'l mortale è di- gcorde dall'immortale.

Disc. Che dì tu, Giove, degli elementi tra loro ?

Gio. Madre mia, la discordia degli elementi è molto più, grave e maggiore che la celeste^ non è ; perocché non solamente sono discordi, ma contrarii, che di continuo si danno guerra.

Disc. Chiamasi naturale quésta discordia?

Gio. Naturale ; essendo tali fatti dalla Natura.

Disc. Può ben essere che ella sia naturale, ma non buona.

Gio. Se ella non fosse buona, non sarìa naturale, pisc. In che modo si può dir buona, essendo distruggitrice degli elementi ?

Gio. Non creder ch' ella sia distruggitriee degli elementi in guisa ch' ella gli faccia divenir nulla, anzi l'elemento distrutto si muta e. prende forma del'distruente; oltra di questo, della distruzione degli elementi Natura'produce molte altre c'ose a salute ed ornamentò dell'universo: dunque non è meno genitrice, che distruggitrice cotai discordia. Che se per esser distruggitrice d'alcuna cosa particolare non si dovesse dir buona, la celeste, non che altra, sarebbe cattiva; la quale secondo la diversità del movimento del sole, ora alto, ora basso, quando lontano, quando propinquo alla terra, ora congiunto ed or disgiunto da sua sorella, è ca"gion principale della corruzion delle cose mortali.

Disc. Oh sapiente risposta, e veramente degna dello'n- ielletto di Giove. Ma onde hanno che si conservino gli elementi, essendo la discordia loro distruggitrice di quelli ?

Gio. Già ti dissi che l' uno corrompe l'altro, convenendolo nella forma di sé medesimo , non altramente che 'l cibo si converta in co}ui chc 'l si mangia. Dunque una medesima discordia guastando il focxj prir- duce l' aeqUii ; e la morte della terra si è la vita dell' aere. Più ti vuò dire, avvegna- dio .che naturale sia la guerra degli elementi s'i che mai non si trovi pace tra loro; nondimeno alcuna volta vengono a tale che si compongono insieme , e fanno quasi una eenta tregua di compagnia. E questo avviene, quando le forze loro sono estenuate dalla precedente battaglia;, nella quale ninno non ha avuto vittoria, ma rotti e stanchi dalle ferite e dalla fatica passata, non han potere di separarsi e di 'ritornar a' luoghi loro, non che d'offendersi. E da questa infermità loro si deriva il rimanente delle creature mortali, così aeree ed aequatiche, come terrene; ne' cui corpi poiché un tempo mezzo tra vivi e morti sono giaciuti-essi elementi, cominciano a destarsi di novo , ed a guisa d' Anteo riprendere ardire e vigore; e così ristorati e risuscitati ritornano alla prima lotta , nella quale qualunque di loro quattro resti superiore , necessaria cosa è che insieme con la pugna finisca la vita di quella tal' creatura. Dunque la discordia distruggitri- ce dell'altre cose mortali, è conservatrice e ristoratrice degli elementi.

Disc. Sono dunque cotai Discordie molto diverse dalle celesti.

Gio. Anzi una cosa medesima; perocché tu dei sapere la Natura esser sollecita molto al governo dell'universo; il quale mediante la sua figliuola Discordia produsse e conserva ; e puossi l'universo agguagliar ad alcuna città, nella quale v'abbia di molti mestieri , ognun de' quali faccia sua arte particolare, ma tutti operino virtuosamente secondo le leggi di lei, per le quali si mantiene il suo regno. Dunque come a pubblica utilità opera il calzolajo, il labbro ed il muratore, le cui diverse operazioni un animo solo, una legge sola, un amor solo della sua patria dirizza e guida a buon fine , così diverse parti principali del mondo, diversamente operanti a salute ed ornamento di lui, move una sola discordia; e così come il legnajuo. lo , mentre fabbrica cassa o lettiera , eoa una mano medesima ora taglia, ora sega, ora batte, ora giunge ed ora disgiunge, secondo la varietà degli strumenti operati da lui, così varie e diverse cose mondane , mortali, immortali, animate ed inanimate, sonò tanaglie, seghe, coltelli e martelli, cui usa una sola discordia di natura a sostentamento della sua fabbrica, illustrando, movendo, uccidendo e risuscitando secondo la disposizion «Ielle cose.

Disc. Veramente tu mi contenti sì, quando tu mi rispondi, che altrettanto di gioja mi reca il dimandare, quanto il sapere; ma acciocché il piacere del dimandare n<yi mi trasporti tanto olira , che io non veda l'entrata di così fatto ragionamento , meglio sarà alquanto indietro colla memoria tornare. Se ben mi ricordo, parlando della discordia del cielo e degli elementi tra loro, e del cielo agli elementi, e degli elementi alle creature mortali, tu mi dicesti esser tra tutti quanti una sola discordia,e non più; la quale è buona e naturai. cosa : buona per riàpelto al suo fine, il quale è conservar l'universo nella sua forma naturale per rispetto alle cose discordi, le_ quali Natura fin da principio fece cotali, quali èlle sono al presente. Ancora fu detto, i quattro eie. ' menti insieme con l'altre cose mortali solersi dotare di mutua salute, e quale danno, tale ricevere: è così Giove?

Gio. Così è proprio come tu dì.

Disc. Ora è tempo che si parli dell'al Ire. cose mortali; e perché più tosto si. vegna al fine, trapassando la maggior parte di quelle, dimmi, Giove, che discordia è quella, che è tuttavia tra 'l lupo e gli agnelli, tra 'l cane e la lepre, e tra 'l falcone e la starna : cioè se è buona e naturai cosa come le altre?

Gio. Buona e naturai cosa , com' è quella degli elementi.

Disc. Questo come può esser che vero sia ? con ciò sia cosa che 'l lupo conosca e segua l'agnello, e sia conosciuto e fuggito da lui; le.quai cose non hanno loco negli elementi.

Gio. Già ti dissi io non esser inconveniente, che una medesima discordia operi diversamente secondò la varietà delle cose discordi.

Disc. Ben lo dicesti ; ma l'uccision dell' agnello è dannosa non solamente a lui stesso, ma eziandìo al pastore che lo possede.

Gio. Basta' eh' ella sia utile al lupo; del quale così sono cibo gli agnelli, come è il pane del. l'uomo; perocché non l'uccide il lupo come l'un uomo l'altro, per odio che sia tra loro, ma per nudrirsi di lui, come l'agnello dell'erba, e l'erba dell'umor della terra.

Disc. Non sono pari queste ragioni ; perocché altro non pascono l'erta che l' umor della terra, ma al lupo si convengono molti e diversi cibi: per la qual cosa uccider e mangiar , specialmente l' agnello, non par natura ma elezione.

Gio. Sappi, madre mia cara, che così naturalmente appetisce il lupo l'agnello, come l'albero la rugiada; quantunque questo conosca il suo pasto, quell'altro no : la qual cognizione non fa essere l'appetito non naturale, ma ben è cagione che la creatura, come perfetta che ella è , non si contenti d'un cibo solo ; ma che tra molti e diversi, alli quali s' e. ilcnde la cognizione di lei, elegga non solamente il buono e necessario, ma il migliore e più dilettevole al gusto.

Disc. Or non si dice comunemente da tutti, tra 'l lupo e l'agnello, e tra 'l falcone e l'anitra esser odio mortale ?

Gio. In quel modo medesimo che si suol dir da' poeti, il sole e la luna essye i due occhi del ciclo , il quale però non ode uè Tede ; in quella maniera dicono i mortali il lupo esser nemico all'agnello, ed altrettanto dircbbono dell' iignello e del fieno, dell' uomo e del pane, dell erba e della rugiada, se cotai cose l'ossero vive, e cosi fuggissero e fos. ser seguile da chi le mangia, come fa l'agnello dal lupo. Per la qual cosa vero e proprio parlando e senza metafora alcuna, Eiù tosto si de' dir amico che inimico il ipo agli agnelli ; il quale per meglio disbramarsi la fame, brama che se ne trovino assai: ed il quale, se potesse e sapesse, non altramente gli ' «eminarebbe, ricoglie. rebbe , e conservarebbe sul suo granajo, che faccia l'uomo il frumento.

Disc. Chi potrebbe rispondere, altri che tu, così saviamente alle mie dimande? sia benedetta il pensiero, sia benedetto il disio che mi accese di farti signore dell' universo ; perocché chi così bene conosce e sa parlar d' ogni cosa, merita ancora di portarne corona. Ma per avventura ragionaremo tutto oggi d'ogni altra cosa dall' uomo in fuo. re? il qual è tale là giuso tra le creature mortali, quale tu sei in cielo tra gli altri Dei.

Gio. Torto gli si farebbe.

Disc. Dunque che diremo di lui? diremo forse della discordia degli elementi nel corpo suo?

Gio. Di ciò a bastanza se ne parlò, quando dicemmo dell'altre cose; le quali non sono più mortali di lui, nò» meno compo - «te di quattro contrarii.

Disc. Diremo della discordia dell'anima Sue, mentre il senso contrasta con l'intelletto? o pur diremo di quella che è tra uno ed altro uomo; per la quale, mine, incendii, ruberìe, morti violente si veggono di continuo Ira le persone?

Gio. Di qualunque di qurste due più ti piace parlare, dimanda e chiedi , che io ti risponderò volentieri.

Disc. Ora mi dì perché le parti dell' anima umana siano discordi tra loro.

Gio. Perocché l'una è senso, l' altra intelletto.

Disc. Questo ie lo sapeva ; ma io ti dimando, perché ella «la composta di cotali due parti.

Gio. Perché così piacque a chi la formò.

Disc. È naturale questa discordia?

Gio. Naturale.

Disc. Se io ho bene appreso le tue parole, ogni uomo naturalmente porto la su.M guerra con seco, cosi nell'anima come nel corpo.

Gio. Così è.

Disc. Che opra in lui la guerra del corpo ?

Gio. Tutto quello che ella opera nell'altre cose mortali; cioè vecchie/za, infermità e morte.

Disc. Che cosa fa quella dell' anima ?

Gio. Qui sì bisogna distinguere, con ciò sia cosa che ora vinca una ed ora altra parto : la vittoria della ragione rende altrui virtuoso, cioè forte, giusto, liberale, prudente, magnanimo, temperato, pien di pietade e d'amore, ma quell'altra, ove resta superior l'appetito, fa l'uom vizioso e peggio che morto, avaro, pusillanime, dissoluto , iracondo , violento a Dio, a se stesso, ed al prossimo Speroni. Io suo. E perché naturalmente la ragione re. gnartilovrcbbe, e servir F appetito, quinti! avviefle che naturale cosa è agli uomini l'esser concordi tra loro, e centra natura l'esser discordi; come anche centra natura sarebbe che l' un fuoco l'altro e. stinguesse, e l'una acqua si seccasse per J'altra.

Disc. Se io voglio ben intendere ciò che tu dì, primieramente mi bisogna uscire di un altro dubbio, il quale è questo: il movimento della tua spera in che modo si può conoscere che le sia naturale?

Gio. Perché non fu mai che ella si movesse altramente.

Disc. Stmilmente il calore e la siccità esser proprietà naturale del fuoco, onde si può comprendere?

Gio. Perocché sempremai è secca e calda la fiamma.

Disc. Luomo per natura aver solamente due piedi, e quattro il cavallo, in che maniera sogliono giudicar i filosofi?

Gio. Perché continuamente nascono tali e sìfatti.

Disc. Guarda, Giove, come tu parli, perocché io n'ho veduto a' miei giorni parecchi che non sono sì fatti.

Gio. Questo è vero ; ma quei taK si chiamano mostri dalla natura prodotti oltra il costume e l'intcnzion sua.

Disc. Onde viene che la natura opra alcuna volta olira l' uso e l'i.i tendimento di lei ?

Gio. Dianzi ti dissi la natura esser simile a un legnajuolo ; dunque come quel tale, quantunque saggio ed esercitato nel suo mestiere, può errare o per difetto degli strumenti, o per mancamento della materia ove egli usa <\i lavorare, la quale per avventura non sarà alta a ricevere il suo artificio, così natura facendo continuamente diverse cose, alcuna volta si pecca; f—to non per colpa di lei, la quale è sapontissima ed espertissima molto, ma per mancamento della cosa soggetta, là quale non è capace del magiste. rio di lei ; e perocché le cose celesti sono tutte perpetue, invariabili, ed immutabili essenze, per conseguente niuno errore può in lor cadere : per la qual cosa come or si volgono il sole e la luna, così sempremai si sono voltati, né mai per l'avvenire dal loro corso si smarriranno; ma là giù a basso, ove ninna cosa non è se non variabile e corruttibile, in continuo travaglio, senza pace e senza. riposo, molti e diversi acci. .denti ponno disturbar le openizion di natura, e quelle romper nel mezzo, o veramente ad altro fine recare che non è inteso da lei. Quindi gli aborti, le morti immature, i mostri, ed altri cotali cose mal fatte, le quali nascono tra i mortali, ma non sì frequenti, né così spesso, come fanno l'altre, cui produce e conserva natura conforme all'idea del suo animo.

Disc. Bene intendo ciò che tu dì ; ma onde viene che gli uomini virtuosi sono sì rari, ed infinita è la schiera de' viziosi?

Gio. Perché facilmente si diventa cattivo; ma esser uomo veramente da bene è difficiUssima cosa.

Disc. Dunque è naturale all' uomo l' esser cattivo?

Gio. Anzi centra natura, con ciò sia cosa che allora è cattivo quando è superato l'intelletto dal sentimento; la qual cosa gli avviene oltre la natura di lui, cui è proprio il signoreggiar l'universo ; e che ciò sia vero, pon mente a noi Dei, li quali, non altramente che intendendo, movemo e reggemo il cielo, onde si deriva ogni cosa.

Disc. Se così è, come è l' uomo cattivo contra la natura di luij essendo quasi sempre cattivo? o come nel. 1' anima sua naturalmente domina la ragione, se rade volte si vede a questo stato elevare?

Gio. Altra cosa è parlar dell'anima, ed altra del corpo dell' uomo e del. l'altre cose mortali.

Disc. Dunque non fu universale la regola addotta da te, di conoscere e distinguere tra le cose naturali e non naturali.

Gio. A tutto 'l resto del mondo è comune, eccetto che all' uomo.

Disc. Onde ha l'uomo questo suo special privilegio ? perché non rispondi tu Giove?

Gio. Perché tu non parli a proposito.

Disc. Ora non è nostro proposito il sapere qual di queste due cose vinca l' altra natural. mente, tra 'l sentire o l' intendere.

Gio. Questo sì bene.

Disc. Similmente non s'appartiene a noi di conoscere quale accidente sia naturale d'alcuna .cosa, e qual contrario alla natura di lei?

Gio. Anche questo.

Disc. Dunque avendo ciò fare imparata nel!' altre cose, perché nol m' insogni nel- l'uomo, del quale principalmente intendevamo parlare ?

Gio. L'esserti stato detto da me, l'intelletto esser quello col quale di qua suso reggcmo ogni cosa doverla sol- ver la quistion che tu i'ai.

Disc. Io artù giurato che allora tu mi parlassi solamente degl'intelletti degli Dei, de' quali intesi la tua ragione non di quello dell'uomo.

Gio. Di tutti quanti parlai.

Disc. Sono adunque tutù gì' intelletti del mondo d'una specie medesima? non ti sdegnar, Giove, ché la mia ignoranza è cagione di farmi fare così fatte dimande, la quale o isciue o punisci cól suo contrario, cioè con l' armi della sapienza, non con ira, nò con corruccio.

Gio. Chi non s' adirerebbe vedendoli così vaneggiare d'una proposta in un' altra, togliendoti dalla comineiata ? veramente se io l'avessi creduto da prima mai non ti prestava audienza.

Disc. Dunque parlando a proposito, dimmi, Giove, sono sempre cosi cattiva cosa le morti delle persone e le roine delle città come tu dì ?

Gio. Non sempre, ma alcuna volta buona, alcuna cattiva, secondo colui che lo fa.

Disc. Non t'intendo.

Gio. Queste cotali cose ora natura le fa, la qual non vuole che niuna cosa mortale duri eternamente, ed allora sono ben fatte; ed ora le fanno gli altri uomini , li quali non le fanno per altro che per odio e per dispregio d' altrui ; ed in quel caso sono mala e pessima cosa.

Disc. Òr non può essere che l'uno uomo uccida l' altro per salute di sé medesimo, non per odio di lui?

Gio. Sì bene.

Dìsc. Allora è buona cosa quest'omicidi^

Gio. Buona e naturai c'osa, non altramente che sia il mangiare per fame ; e che ciò sia vero, le signorìe di là giuso, le quali studiano in quanto possono che le loro leggi civili siane conformi alle naturali. non ne puniscono alcuno di questi tali , come quelle che gli hanno non per micidiali d'altrui, ma per conservatori di sé medesimi.

Disc. Dunque uccidere altrui non 'è mala cosa da sé, né anche per rispetto alla gente, ma solamente avendo riguardo alla fine?

Gio. Così è.

Disc. Che diresti se io ti provassi qualunque cosa l' noni fa, o buona o rea ch' ella si sia, esser fatta da lui a line di conservar sé .medesimo, e non altramente?

Gio. Maino lo proverai.

Disc. Dicono alcuni soler guerreggiare i mortali a fine di vivere in pace; come anche le fatiche della formica del. 1' adunarsi il grano l' estate pajono esser fatte da lei per riposar l'invernata ; e così fanno l' un contrario esser via e fine del. l'altro. Ma io non intendo di star tutto oggi su queste universalità; però venendo a. gli esempi' particolari, io ti dimando che cosa spingesse Marco Grasso romano a dar briga alli Parti che mai non l'aveva*- no offeso ?

Gio. Disiderio di farsi ricco.

Disc. Credi tu, se quei popoli pacificanaen- le gli avessero recato a Roma l' oro e l'a- riento loro ch' egli però non l'avesse accettato nè> voluto far suo, se non per guerra?

Gio. Non credo questo ; anzi eredo che volentieri in un medesimo tempo avrebbe voluto possedere e desiderare tutte quante le ricchezze del mondo.

Disc. Per certo tu non t'inganni. Ma Pompeo Magno con che animo combatteva centra di Mi- tridate ?

Gio. Con animo d' acquistar gloria a sé, e signorìa alla sua repubblica:

Disc. Perché centra la volontà del sonata .passò Cesare il Rubico-ne, dando principio all'empie e scellerate guerre civili?

Gio. Per farsi dittator perpetuo della sua patria, «d imperador di tutta la terra.

Disc. Oh desiderii veramente cattivi!

Gio. Per certo sì, perocché alcune delle cose già dette non cono da esser cercate, altre si <lenno tentar in altra maniera che con morte e roi- na di tante persone e di tanti reami.

Disc. Dunque non sapeano que'gloriosi che cosa si dovesse desiderare da loro, né in che modo la desiderata acquistare?

Gio. Che meraviglia? essendo proprio dell'uomo l'errare.

Disc. Questi errori qual parte li fa dell'anima umana?

Gio. L'intellettiva.

Disc. Or può errar lo 'ntellelto, dal qual dianzi dicevi governarsi ogni cosa i*

Gio. Cosi come Natura non erra da sé, ma per colpa del soggetto o dell'instrumento di lei, cosìT intelletto, il quale in sé è senza peccato , congiunto nell'uomo ai sentimenti di lui, dalli quali «i deriva la sua scienza, s'inganna; e puossi dire cotali suoi errori esser mostri, come gli uomini di quattro Cedi e li cavalli di due.

Disc. Oggimai pet cose dette da te dovresti esser chiaro , qualunque cosa si faccia dalle persone, farsi da quelle a comodità ed utilità loro.

Gio. Non dir così; ma più tosto che ciò che gli uomini fanno credono esser comodo ed utile loro; la qual cosa non è coti'i; anzi le operazioni cattive sono parimente brutte e dannose a colui che le fa.

Disc. Ora non disputiamo in che modo stiano insieme l'utilità e l'onestà , basta che ogni uomo operi sempre mai con animo di farsi bene, quantunque male gliene succeda.

Gio. Oh che bene recò a Pompeo la sua gloria , o a Cesare la dittatura, le quali furono cagione della morte di quelli?

Disc. ()ueslo è vero; ma essi credevano che buono fosse per loro l' esser glorioso e signo. re ; e per questa cagione sempremai travagliarono senza disio non che speranza «ii riposare. (ito. Così è; ma essi si trovarono ingannati dalla loro credenza. Dite. Già questo inganno non.fa che non operassero a salute di se medesimi ; e per conseguente le loro operazioni non sono cattive ma nnturali; essendo vna medesima ragione quella dei mostri prodotti dalla natura, e la loro.

Gio. Non t' intendo.

Disc. Ecco, Giove, dianzi dicesti errare alcuna volta la Natura nelle sue operazioni a produrre cose che per la novità della forma si chiamano mostri, li quali mostri per divèrsi rispetti si possono dir naturali e non naturali ; naturali in quanto li preduce Natura, non naturali inquanto non intende di farli tali.

Gio. Questo è vero.

Disc. E tale errore avvenirle non per ignoranza di lei, ma per diletto della materia ; per la qual cosa, ove la materia non è capace di mancamento, come è la celeste, ivi sem- premai sono uniformi e perfette le operazioni di lui.

Gio. Così dissi.

Disc. Appresso tu assimigliasti l' intelletto dei mortali e gli errori suoi alla natura ed ai mostri dì quella; e dicesti lo 'ntelletto non soler mai errare, se non quando egli è congiunto tra' sentimenti.

Gio. Che vuoi tu dire per questo ?

Disc. Voglio dire gli errori che fanno gli uomini di là giuso, intendendo ed operando, almeno doversi dir così naturali, come soli naturali gli uomini con due teste.

Gio. Così sia, per farti piacere.

Disc. Non lo dire per compiacermi, ma per non dispiacere alla verità ed a te medesimo. Ora se cosi è, seguita ancora cheeom'è Natura cattiva in generando alcuni mostri, così cattivo sia l'intelletto, il quale produce Sub false opinioni.

Gio. Né questo né quella non è catri..a; ma la malizia è solamente. deHa materia.

Disc. Or non trapassa questa ni ni i/i :i a guisa di pioggia dal senso all'intelletto?

Gio. Per niente, e questo è privilegio delle cose divine. le quali congiunte con le terrene le fanno perfette, senza essere tocche dall' imperfezione di quelle. E che ciò sia vero, pon mente al sole, il qua., le luce egualmente sopra ogni cosa; nondimeno la sera così belli raccoglie i suoi raggi, comequando la mattina gli dispiegò:

Disc. Dunque le morti violente e le destru. aioni delle provincie non sono eattive da sé, né per rispetto alle cagioni loro, ma solamente per difetto della*materia, dalla quale chi le produce prende cagion di peccare.

Gio. Dopo tante parole che fine aran. no le tue dimande ?

Disc. Questo, che sia al mondo una sola Discordia ; la qual sia naturai cosa, o bene o .mal ch' ella faccia; più ti vuò dire ( e siami lecito questa volta parlar centra il patto fatto) essendo lecito alla Natura operare alcuna fiata contra l'intenzione di sé medesima; tutte quante l'umane operazioni. le quali altri chiama cattive, son naturali, non solamente come mostri della Natura, ma eziandìo come SoDo l' altre cose fatte da lei conformi alla idea del suo animo; con ciò sia cosa che negli uomini l'appetito (dalla cui vittoria si derivano gli incendii, gli omicidi!, le ruberìe, ed altre colali operazioni) vinca Jo 'nlelletto naturalmente. Né vale a dire che l'intelletto sia governatore del mondo ; perocché l'intelletto dell'uomo è più tosto ombra <¥ intelletto che vero intelletto, il quale cosi bene naturalmente dipende dal sentimento nel governo della persona, come fa ancora nelle speculazion delle cose; ché se gli uomini fossero per natura virtuosi e da bene, non sarebbe loro più gloria'!'esser-giusti, forti, prudenti e temperati, che sia gloria al fuoco lo scaldare o all'acqua il bagnare. E perché tu non mi metta in altro ragionamento, avvegnaché un intelletto medesimo fosse l'umano e il divino, nondimeno naturale cosa sarebbe nell' uomo , la ragione essere vinta dal sentimento; non dico che in quel caso l'intelletto naturalmente fosse soggetto alli sentimenti, ma dico che l' uomo, nel qual. natura congiunse ambedue queste virtù, naturalmente si reggerebbe più tosto per appetito che per ragione. Lasciamo star l' argomento dianzi fatto da me di consentimento di te; cioè che le creature umane sempre o quasi sempre governi e regga il talento; or non è,naturai cosa il forestiere esser vinto dal cittadino? Vogliono questi filosofi l'intelletto scender dal cielo, ed a guisa di forestiero albergar nel- l' uomo, già dotato di tutti cinque i suoi sentimenti , li quali nascono e crescono ading...insieme col corpo di lui, ove sono incallii;.'. i : dunque non dee esser più meraviglia eh' egli si viva più tosto.secondo i costumi di quelli,.che son cittadini delle sue membra, che secondo l'intelletto, il quale non è cittadino ma forestiere. E se è cittadino, è cittadino, come si dice, per privilegio non per nascimento; che egli sia meraviglia il romano vivere anzi-secondo le leggi di Roma.che secondo le ateniesi; oltra di questo l' esser nato, vivere e morire in terra tra li bruti animali, li quali governa l'appetito, non altra cosa fa l'uomo cotal per costume; il quale per lunghezza di tempo si converte in natura; che se gli uomini s'allevassero e nudassero in cielo tra gl'intelletti puri dominatori dell'universo, non per tanto si dessero a seguitar gli appetiti, veramente sarebbero mostri e degni di riprensione e di pena, come quelli che ciò farebbero da sé medesimi e senza esempio veruno; ma in ter- ra , ove non han chi imitare se non orsi, lupi, cani e leoni, cui regge la carne, lasciare i desiderii del corpo ed a quelli dell'intelletto accostarsi, a guisa di peregrino il quale abbandonando la strada tenuta e mostrata dalle persone, si inetta per cammino senza sentiero, non è natura né elezione, ma più tosto rivelazione e miracolo. Per la qual cosa chiunque ciò fa, non ci de' stupir come mostro, ma adorare come divino, il quale vince la sua natura medesima; chè io non vorrìa però che tu né altri credesse che io esaltassi i viziosi e i virtuosi hiasmassi; anzi dico, che così come colui è veramente buon capitano, e come tale si de' lodare dalle persone, il quale in alieno paese con picciola squadra de' suoi soldati rompa ed uccida gran numero de' nemici, prendendo e rubando le loro fortezze, cosi qualunque volta egli avviene che alcuna buona e virtuosa persona con un solo intelletto prestatole da Dio superi i suoi innumcrahili sensuali appetiti, specialmente là giuso, ove come in loro regno trionfano tutto 'l re'sto del mondo, questa cotai creatura si de' reputar più tosto divina che umana ; perocché calcata la sua umanità, con l'ali della ragione vola sopra di sé e della natura di lei. Ma come l' essere virtuoso è cosa superiore alla natura dell'uomo, così l'essere vizioso gli è naturale; con ciò sia cosa che egli sia tale, non perché non brami e cerchi il ben suo, ma solamente per non saper giudicare per quale strada più lode. volmentii vi si possa condurre: il quale errore naturalmente è in lui e nello 'ntettette di lui, come uomo che egli è; cioè coma composto non meno di corpo e di sentimento che di ragione.

Gio. Se così fosse) come tu dì, ninno vizioso per male oprare non si |dovrebbe vituperare.

Disc. Come assolutamente alcun vizioso non è degno di laude , così per rispetto al virtuoso è degno di biasimo, il cui paragone lo fa parere cattivo; come anche la cosa men bianca alla più bianca agguagliata, non par bianca ma nera.

Gio. Or non sono contrarii tra loro il virtuoso e 'l vizioso ?

Disc. Contrarii no, ma diversi sì bene; ma il vero contrario del virtuoso è l'ozioso, il quale è così mostro nella specie dell' uomo quanto all' anima sua , come anche l' aver due teste è mostro del corpo; essendo l'uomo creato dalla Natura a vivere ed operare come uomo, non a dormire. Ma di ciò non intendo parlarne altramente ; per la qual cosa riducendo oggimai le cose dette da noi a proposito della nostra materia , assai bene ti può e dee esser chiaro, le.u. mane discordie (chiamale come ti piace o buone o cattive) essere naturai cosa e di .quella istessa ragione che sono le celestiali ed elementari ; essendo gli uomini ia guisa dalla Natura composti, che non vi può aver loco .la pace ; le quali discordie tanto deono esser lontane da biasroo e da vituperio, quanto son segno dimostrativo della perfezióne di quella specie. L' erbe e le piante prive d' intelletto e di sentimento vivono e morono in pace in quel loco medesimo ove le produsse Natura ; né mai per alcuno accidente il pino alla quercia, o due pini tra lóro si vedono gaerreggrare. Librati animali (parlo citili perfetti composti di tutti cinque li sentimenti) non ben contenti d'un loco e d'uà cibo solo, né avendo altro modo di contentarsi , sono costretti di combattere insieme ; per la qual cosa il lupo uccide e'I pasce l'agnello, il dell'mo i minori pesci, e 1 aquila gli altri uccelli ; quantunque , come è in proverbio, lupo non mangia di lupo; ma le creature umane, le quali sono perfettissime di tutte le cose mortali, per esser parimente dotate d' intelletto e di sentimento, non contente di vivere solamente, moltiplicano tuttavia mille e mille altri appetiti, li quali finalmente sono cagione che non pur gli uomini le bestie , ma l'uno uomo l'altro, l'urrà città l'altra, l'uno regno l'altro cerchi di consumare; tra li quai desiderii ritrovandomi io poverella, che altro posso fare se non operar a lor modo? Duaque non è mia operazione uccidere altrui , ma del soggetto e degli appetiti di quello ; come anche non è mia colpa che 'l feco ì' acqua consumi, ma tlelle qunlitati di hi, le quali sono contrarie a quelle dell' acqua; ma Lene è mia colpa, ed a ciò sono sola, di conservar l'universo nella sua forma ; ché tale mi fé la Natura, e con questa legge e eon questo officio fui predutta da lei ; ché se di me stessa far potessi a mio senno, non creder che io stessi a dolermi alla tua presenza, i ma primieramente con semplici e pure parole farei palesi al mondo le mie ragioni ; il quale, non le curando, senza pia indugi», come Fei. cosi disfarei ogni cosa: e sarebbe la mia vendetta maggiore che la tua non fu. quando al tempo di Deucalione e di Pirra annegasti ogni cosa. Perocché allora almeno restorno gli elementi e 'l cich» nella sua forma ; ove ora gli confonderei di maniera ohe mai più non ritornereb- hono nella primiera sembianza ; la qual vendetta mi è si fissa ne l1' animo che per recarla ad effetto, se io fossi mortale, mi ucciderei. Dunque pensa da te medesimo, senza che io la descriva altramente, quanto sia bassa la mia misera sorte , quando per uscirne terrei di morire.

Gio. Perché non ne parli con questi filosofi, dai quali viene la tua roina , e mostri loro con tue ragioni chi seP

Disc. Girne, €iove, non me li nominar più : or credi tu che io sia stata indarno con loro ? mille volte ne avemo parlato di compagnia, e disputato questa materia, ma tu non.sai ancora come son fatti. Alcuni di loro non intendono la natura degli argomenti, altri fingono di non gli intendere, altri rispondono in guisa che par che diane legge al cielo e alla terra. Per la qual cosa, stanca di ragionare con «sso loro a te son ricorsa ; come a quello il quale, conosciuta la verità mal da loro trattata, mi rendo certa che non gli lascicrai impuniti.

Gio. Meglio sarà che io mandi Mercurio a fargli intendere le tue ragioni, per vedere ciò che vorranno rispondere. Dlsc. Più tosto mandagli alcuna delle tue folgori, o tutte insieme quante tu ne hai : che mai non spendesti saette meglio di queste in alcuno, dio. Bisogna pure a dar giustamente questa sentenza, avendo udito te, udir anche la parte contraria.

Disc. E se li miei avversarii non vorranno rispon. dere?

Gio. Allora non ti sarà dinegata giustizia. \Dunque vegna Mercurio; ma eccolo appunto : non ti nasconder Mercurio, ché tu sei giunto a tempo. Mere. Oh sei tu qui, madre mia? per Stigo, nel prim<J aspetto ti tolsi per Ganimede ; che nuovo abito è questo tuo ?

Disc. Dch non attendere all'ahito che io porto di fora via , il quale mi posso torre quando mi piace, ma più tosto pon mente al dolore che io ho nell'animo, onde sono itacarca gran tempo senza trovare chi me ne spoglie ; perché caramente ti prego.... Mere. Aspetta tanto che io dica a Giove corte parole, poi t'ascolterò volentieri. Padre mio, Giunone ti fa sapere....

Gio. Un'altra volta, figliuolo; ora per mio amore non ti sia grave d'intendere e notar molto bene le ragion di costei; ed intese, quanto più tosto potrai, riferirle alli suoi avversarii, e riportarne ri- «posta.

Disc. Non è mestieri replicare a .Mercurio la lunga istoria delle mie penej Speroni. 11 perocché egli la sa così bene come Io medesima , come quello che mille volte, sua mercé, m'ha dato grata e benigna udienza: perché, senz' altramente informarlo, lui prego che al presente voglia dire a colóro in favor di me, tutto ciò ch' egli sa e può dire con verità.

Gio. Figliuolo, falle la grazia ch' ella ti chiede, se tu non set impedito sovra altra faccenda. 'Mere. Non bo faccenda che sia bastante a sviarmi da farle piacere. Dunque senza indugiare i» dirò: tu, madre mia, ascolta se parlo a tuo. modo. Udite, creature mortali, cittadine di ogni elemento, udite ciò che vi dice la primogenita della Natura , madre del cielo , genitrice e conservatrice dell'Universo. E quantunque le mie parole siano comuni a tutte le cose che son là giuso, nondimeno mia principal cura si è eh' elle siano intese dagli uomini, li quali, meno contenti della sorte di loro che non sono gli altri animali, hanno più d' ammonizione my. sticri. Che sospirate? che piangete ? che biasimate P duolvi forse che siate parte t membro del mondo? questo è gloria al sole, gloria alla luna, gloria a tutti gli altri pianeti del cielo : duolvi d'esser nati mortali ? già la vostra mortalità non è propria vostra, ma .d'altri assai, li quali o s' allegrano o non si pentono d' esser fatti co. tali; chè se a voi soli è dato il parlare e il sapere, quelli dovete adoprar più tosto a ringraziarne Natura, che a rammaricarvi di lei: la quale, se offesi v'avesse in farvi mortali, già non sarebbe stata sì sciocca che dato v' avesse l'armi da farne vendetta; ma così muti e senza intelletto v'avrebbe creati cpm' ella fece le bestie : duolvi di essere stati prodotti razionali ? certo pic- ciol tempo voi durerete sì fatti, ché come innanzi al nascimento di voi, terra, acqua, acre, e foco eravate, così in questi quattro ritornerete per morte : o duolvi più tosto di non potere in pace goder la vostra umanità, quella avendo non pura e sincera come vorreste, ma a guisa d' oro in arena, accompagnata e contaminata da mille infelicità, uccisioni, rapine e tradimenti, che infestano e turbano la vostra vita ; e lei, che per sé è cosa cara ed amabile molto, vi rendono tuttavìa vile e dispetta; delle quali cose, senza pensarvi più suso, ne fate autor la Discordia, e da lei sola le conoscete ? Per certo questo è il vostro dolore, queste le vostre querele; con le quali continuamente andate, annojando il ciclo e la terra. Miseri voi, sciagurati voi, che vi giova con le fata giostrare? quando fu mai, o- quando per l'avvenire sarà che gli uomini non uccidano, non rubino, non ingannino, e non tradiscano? non v'accorgete questo esser vostro special privilegio; il qual Natura con la sua mano medesima scrisse in fronte alii vostri primi parenti; acciocché voglia non TÌ venisse giammai ci' agguagliarvi alle creature del cielo ? Miseri voi, non tanto per la miseria nella quale vi ritrovate, quanto per l'ignoranza della sua cagione ; perocché se ben vi conosceste voi stessi, non altramente vi sarebbe grave il patire le vostre calamitadi, ch' egli sia grave all' albero il gir carco delle sue fruite. Volentieri voi altri produrrebbe e conserverebbe Discordia, senza danno degli elementi, come fa il ciclo; volentieri vi vedrebbe contenti di poca cosa, come sono i bruti animali, tra li quali niuno offende l'altro della sua specie. Ma l'intelletto, di che scie dotati ed onde andate sì alteri, vi s'interpone; il qual conoscendo le ricchezze, gli onori, le voluttà, gì' imperii mondani, e mille altre cose sì fatte, e quelle csistimando o dandovi a divedere esser huone, v' accende cura di loro in guisa, che mancando di possederle non vi parrebbe né vorreste esser uomini; li quali appetiti non potete recare ad effetto senza danno, vergogna, dispiacere e rovina dell' altre persone. Dunque di così fatte operazioni non ne fate cagion la Discordia, che non ne ha colpa, ma le vostre insaziabili voglie, le quali a guisa di fantolini bramosi, lusingando e promettendo fi mena dietro il vostro intelletto. E posto ancora ch' ella ne fosse cagione , lei però non dovreste tutti affatto vituperare ; eoa ciò sia cosa che marte e povertà d'alcuno di voi sia vita e ricchezza dell'altro; e la .distruzione dell' imperio di Roma sia stato accrescimento de' barbari. Dunque così essendo, onde viene che altrettanti di voi non lodano lei, quanti ne dicono male? per certo o l'Asia le è ingrata, o a torto se ne duole l'Europa. Or qui m'impose chi mi mandò, che fyinto facessi alle mie parole; ma amor di verità , e desiderio di trarvi d'errore mi spinge a seguitare alcun'altra giunta, perché chiaramente si veda con quanta ragione voi vi dolete della vostra antica universal madre Discordia,

Gio. Mercurio figliuolo, basta aver riferito le sue ragioni, senza che tu ve ne aggiunga dell'altre; che ingiuriare chi non t' offende non è giusta cosa.

Disc. Non volendo che si parli altramente, tempo sarebbe che si facesse giustizia in ogni modo ., rispondano o tacciano gli avversarii, tu sei chiaro dell'esser mio.

Gio. Non seno ancora sì chiaro, che io non potessi esser più.

Disc. Avendoti mostro. due cose, l'una ogni discordia esser buona e naturale cosa; l'altra, posto che alcuna ne fosse cattiva, una sola per diversi rispetti esser buona e cattiva, che cosa ti mette in dubbio dell'esser mio ?

Gio. Bene hai provato quelle due cose, ma f.on in quel modo che tu dicesti di voler fare, cioè l'una prima e l'altra da poi; ma ambedue insieme senza distinguere I' una dall' altra. Per la rjual cosa le tue confuse ragioni m' hanno messo nel capo un certo non so che incognito, indistinto, che io non me ne so sviluppare.

Disc. Basta che siano provate.

Gio. Questo non basta ; ma bisognarebbe provarle nell'ordine che furon proposte.

Disc. Questo non fa nulla.

Gio. Anzi fa assai; perocché l'ordine e la disposmon.delle cose, variata in diverse maniere, fa parere quel che non è; e che ciò sia vero, poniamo che la terra fosse qui suso, e là gin a basso la luna; credi tu che in questa cotal disposizione il mondo si conservasse?

Disc. Non, che io nol credo; perocché 'l loco superiore è naturale alla luna , e 1' inferiore alla terra ; ma egli era in mia libertà proponere e dir prima di quelle due cose qual mi piaceva.

Gio. Questo è vero ; ma poiché così proponesti , così dovevi narrare, ed avendo fatto altramente, non son sicuro di non essere gabbato da te, sicché '1 vero mi paja falso ed il falso vero ; come anche un medesimo colore nel Disc.collo della colomba e dell'anitra, diversamente disposto, pare ora verde e ora giallo.

Disc. Dunque che si de* fare ?

Gio. Tornare a parlare, e quale prometti, tale attendere.

Disc. Or quando mai si finiranno le pene mie, non dico di sopportare, ma di parlare?

Gio. Così potevi piangere in terra come qui suso.

Disc. Fa così, Giove : prendi qual parte tu vuoi delie mìe ragioni, e parlisi sopra di quelle; ma non mi far cominciare ogni cosa da capo, specialmente per così lieve cagione.

Gio. Par bene che tu sia poco esperta dei -costumi del mondo , avendo per niente 1' ordine e la disposi/ion delle cose. Uà medesimo esercito disposto diversamente vince e perde la guerra ; una faccia, un panno, una tela medesima, secondo ch'ella sarà collocata, bella e brutta ti parerà; una dipintura lunga una spanna, da traverso guardata, sarà creduta di quattro braccia. Dunque volendo che io dia sentenza finale, provvedi che io oda le tue ragioni ordinatamente da principio a fine. Le quali ordinerai, non come ti parerà, ma come si richiede alla natura di quelle; ponendo dinanzi da tutte le generali, come quelle che son più note, e da loro venendo alle singolari, acciocché le tue parole si conformino agli effetti della Natura : la quale allora dimostrerai che sia veramente tua madre, quando cercherai d'imitarla.

Disc. Se così bene m'avessero imparato a sillogizzare i filosofi con la loro dottrina, come ingiuriandomi di continua m'hanno insegnato a dolere, potrìa essere che per piacerti io ritornassi a parlare cella maniera mostrata. Ma perciocché io son non meno ignorante che dolente, se io ho male parlato la prima fiata, male .parlare! la seconda e la terza; anzi tanto peggio le due ultime volte che la prima non fei, quanto il dolore rinnovata per le parole trarrebbe a sé l'intelletto,ed in guisa l'oc. cuparebbe che io non ne porrla disporre a mio modo; onde invece di parlare ed argomentare per la mia parte, piangerei e sospirarci la mia miseria. Per la qual cosa io delibero di tacere , e senz' altramente ripetere né ordinare le mie ragioni, rimetter. mi al tuo inf'allibil giudicio; se per aver detta la verità, non filosoficamente, né con partizione o disposizione oratoria, come altri suol fare, ma da semplice e pura persona, vota d'artificio e colma d'affanni, la quale attenda non a dilettare ma a dimostrare, deggio esser a guisa.di Socrate in. oocentemente condannata date a perpetua miseria.

Gio. Per questo non iti assolvo né ti condanno; ma come giudice più. tosto giusto che animoso, differisco di dar sentenza sin tanto che udite un' altra volta le tue ragioni, e quelle meglio intese che io n,on ho fatto finora, ultimamente mi risolva, in favor di cui deggia cadere questo giudicio. D'use. In questo mezzo io rimarrò n.ella mia miseria, ed i filosofi parricidi trionferanno di me, che già solca trionfare dell'universo. Gio. Gio. Questo fia poco tempo^ perocché domane o l'altro, se io non sciti disturbato, t' espedirò.

Disc. Io t' intendo ; tu «uoi dire quando ti parrà.

Gio. Anzi quando potrò.

Disc. Avvegnaché il di d'oggi poco utilmente paja essere stato compartito da me, e le mie lunghe e vere querele in vento converse pajano esser tornate in vano,.nondimeno noa m'ha puntu fallito la mia. credenza. perocché io ti venni a parlare non con speranza di trovare in te pietà o giustizia, ina acciocché tu non potessi dire di non avere inteso ch'io n'avessi bisogno; e con questa finta ignoranza ricoprir la malignità del tuo animo. Ma l'ingiuria che tu mi fai, forse da chi si sia mi sarà vendicata una volta: sta con Dio.

Gio. Spogliati prima la veste che non è tua, poi va in pace dove tu vuoi. Dine. Ben posso avermi guadagnato un farsetto parlando e piangendo tutto un giorno, quanto egli è lungo dalla mattina alla séra.

Gio. Che han. no a far le tue ciancie con le rohe di Ganimede?

Disc. Or dianzi non mi dicevi tu motteggiando, cotale ahito esser conforme al nome ed alla profession mia? per la quél cosa, e perché bgnun veda in che maniera mi sia convenuto parlare se io ho voluto impetrar udienza dal moderator d'ogni cosa, al tutto voglio questo farsetto per me.

Gio. Ah, scellerata Megera,dunque tu hai ardimento d'offendere e rubar Giove in casa sua?

Disc. Questa non voglio che tu la chiami offesa, ma più tosto un segno del desiderio d'offenderti; del quale spero godere compitamente una volta.

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